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Hombre del partido

Il bomber del Cornacci, Christian Crestanello

Continua il nostro viaggio nel mondo del futsal regionale. Sarà la neve che scende copiosa, sarà la volontà di andare a scoprire un po’ di “nomi nuovi” del pianeta calcio a 5, ma oggi siamo andati a sentire un giocatore di una squadra che in soli 4 anni di vita ha già scritto pagine importanti nel calcetto trentino. Stiamo parlando di Christian Crestanello, "Nello" per tutti, giovane pivot di quel Cornacci che dopo due soli anni di ambientamento in serie D ha spiccato il volo verso la C nella scorsa stagione. Poi è arrivata una retrocessione, ma insieme a lei anche tanti complimenti da parte di tutti e l’etichetta di squadra rognosa (nel senso che non si arrende mai) e simpatica (fuori dal campo). Con lui siamo andati a scoprire come vive la Val di Fiemme e Fassa, la valle dello sci per eccellenza, questo “nuovo” sport, e come vede il campionato al quale partecipa quest’anno. Ecco a voi, buona lettura.

Christian, raccontaci un po’ la storia di questo Cornacci. Come nasce, perché e quando?
«La squadra di calcio a 5 nasce quattro stagioni fa per merito di un gruppo di amici, tra i quali Massimo Cristel, il nostro allenatore, e Marco Giacomelli, il ds. Il Cornacci è una società di Tesero e questa “costola” di appassionati di futsal ha fondato la squadra. Dopo due anni di rodaggio in serie D è arrivata la storica promozione e poi, ahimè, la retrocessione. Quest’anno ripartiamo quindi dalla D d’eccellenza. Io sono arrivato solamente l’anno scorso, ma mi è bastato qualche mese per innamorarmi di questo sport e di questa squadra. Perché il nome Cornacci? Cavolo, mi cogli clamorosamente impreparato. Però mi giustifico dicendosi che sono di Moena e non di Tesero…».

In quattro anni avete salito e sceso tutti i livelli del futsal regionale, D, C e D eccellenza. Differenze?
«Credo che a livello organizzativo non ci siano grosse differenza tra C e D eccellenza, che sono i due campionati che conosco meglio. Noi, bene o male, ci arrangiamo in maniera identica allo scorso anno e tutto va bene. A livello tecnico credo che non ci sia un abisso come si pensa. In C, rispetto all’eccellenza, ci sono però dei veri e propri fuoriclasse, alla Lo Conte per capirci, che decidono praticamente da soli come e quando vincere una partita. Ed ogni squadra, bene o male, ha almeno un paio di giocatori di livello nettamente più alto. Da quello che ho visto fino ad ora in eccellenza ci sono squadre toste e con bravissimi giocatori, ma mancano questi fenomeni che decidono le partite. L’anno scorso noi abbiamo perso tante partite con un solo gol di scarto o al termine di 60 minuti equilibratissimi. Ci mancava l’abitudine al ritmo ed al livello, peccato».

Però l’esperienza è stata positiva?
«Certamente. Credo ci sia servita per renderci conto ed imparare come si gioca a calcio a 5. Abbiamo pagato l’inesperienza, ma ci siamo divertiti ed abbiamo capito meglio questo sport. In C c’è più tattica, le squadre sono attente e concentrate, mentre in D si gioca più a viso aperto, tutti avanti e tutti indietro».

Siete rimasti l’unica realtà di futsal in Val di Fiemme e Fassa. Pensi che sia uno sport che può prendere piede col tempo anche da voi?
«Io spero fortemente di sì, ma purtroppo credo che non succederà. L’anno scorso c’era anche il Castelmolina, ma quest’anno si è sciolto, ed è stato un peccato. Qui da noi manca proprio la cultura del calcio a 5: questo sport viene visto come un passatempo, come l’ideale per fare i tornei estivi. Nella bella stagione anche qui da noi si fanno un sacco di tornei a 5 ai quali partecipano tantissime persone di ogni età. Ma poi, a settembre, tornano tutti a fare calcio a 11. E questo mi spiace. Io, pur venendo da anni di calcio a 11, mi sono subito innamorato del futsal e mi diverto tantissimo. Mi piacerebbe che anche ad altri accadesse lo stesso».

Per voi è difficile riuscire a tenere la squadra?
«No, in realtà non molto. Qualche difficoltà c’è, come è normale, però abbiamo la fortuna di avere un grosso aiuto dal nostro sponsor, il Bar Stella, e dalla Società Cornacci. Poi abbiamo un grandissimo allenatore ed una grandissima persona come Cristel che ci segue e ci aiuta e quindi diventa tutto più facile. Mi piacerebbe solo ci fossero più giovani: sui 15 della rosa solo 4 o 5 sono under 30, mentre gli altri sono più “stagionati”. Ma per fortuna che ci sono i “vecchi”, sono loro che tirano avanti il carretto. Magari col tempo altri giovani si avvicineranno alla nostra squadra, ma la vedo dura perché tanti giocano a 11 o praticano gli sport invernali».

Parlaci un po’ di te come calciatore.
«Allora: ho 26 anni, e sono quindi uno di quei famosi under 30 di cui sopra, e gioco come pivot. Fino a 3 anni fa giocavo a 11 nel Monti Pallidi, dove ho fatto tutta la trafila dalle giovanili alla prima squadra. Prima giocavo centravanti e poi, siccome correvo come un matto, mi hanno messo ala. Cosa deve fare un buon pivot? Beh, credo debba soprattutto saper proteggere bene la palla e poi essere agile nello stretto. Fondamentale è che abbia fantasia, anche nel calciare: di punta, piatto, esterno, rubando il tempo al portiere, di tacco, deve saper trovare la soluzione giusta per ogni situazione in una frazione di secondo».

Come vedi il campionato? Qual è la tua favorita?
«Da quello che ho visto fino ad ora credo sia un girone tosto ed equilibrato. Ci sono ottime squadre ed ogni venerdì è una battaglia. Penso che alla fine si troveranno in tante nell’arco di pochi punti. Il nostro obiettivo è la salvezza e quindi dobbiamo cercare di rimanere attaccati al treno di metà classifica. La mia favorita per la vittoria finale è l’Olympia Rovereto, penso abbia tutte le carte in regola per farcela».

In chiusura lascio sempre uno spazio per una domanda libera, un saluto, un ringraziamento, un aneddoto. Insomma quello che vuoi tu: a te la tastiera del pc.
«Il saluto lo faccio a tutti quelli che come me amano questo sport e a tutti quelli che leggeranno quest’intervista. E poi faccio un augurio: spero tanto che il movimento del futsal regionale continui a crescere, soprattutto a livello giovanile, perché i ragazzi sono un serbatoio indispensabile».

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