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Hombre del partido

Fabio Andreazza, el buitre spalla di Caruso

Con il suo Povoli Team sta volando in serie B. Rapace e pronto a raccogliere gli assist al bacio di un certo Caruso c’è Fabio Andreazza, pivot che ormai da anni calca i parquet dei campi di futsal regionale. L’esordio nel calcio a 5 è datato 2003: un amico lo convince a lasciare i campi grandi ed il ruolo di stopper per cimentarsi nel calcetto come attaccante. Al primo anno in questo nuovo mondo veste la maglia della Camiplast e realizza la bellezza di 65 reti trascinando le “camisete blanche” ad una storica promozione in serie C. Poi, l’anno seguente, l’approdo all’Itas, dove trascorre tre stagioni, due delle quali con mister Torboli in panchina ed una con Cimadon. Nella scorsa stagione un anno di transizione, in serie D con il Trento 2005 e poi, quest’estate, la chiamata di Torboli: “Fabio, vieni a Riva col Povoli? Stiamo costruendo una cosetta molto interessante”. La “cosetta” si chiama primo posto in serie C e la risposta, naturalmente, è stata “sì, arrivo”. In copertina ci sono i sempre i gol di Caruso, come è giusto che sia, ma accanto al fenomeno argentino c’è un gruppo che lotta e vince, una società con le idee chiare ed un allenatore che di calcio a 5 ce ne capisce, e parecchio.
Fabio, partiamo con una domanda semplice semplice: la vincete questa serie C?
«Sai che i calciatori sono scaramantici, quindi...A sentire le parole del mondo sportivo questo campionato dobbiamo vincerlo. In realtà noi ci proviamo, tenteremo fino in fondo. Ad oggi abbiamo tre punti di vantaggio sul Laives, quindi c’è ancora da lottare. Mancano cinque giornate e tre di queste le giocheremo senza Caruso, che è squalificato (due giornate per aver applaudito l’arbitro ed una per cumulo di ammonizioni n.d.r). Stasera giochiamo con l’ultima della classe e poi avremo due trasferte difficilissime. La prima contro il San Giuseppe e poi a Mezzocorona contro il San Gottardo, che ormai è retrocesso ma è sempre una squadra da prendere con le molle. Poi ci sarà il Tavernaro, con il quale all’andata pareggiammo 8-8, e infine la Bolzanese. Insomma, c’è da sudare ancora parecchio. Anche il Laives non ha un calendario facile e penso che non tireranno il freno a mano fino alla fine».
Fai pure le scaramanzie del caso: se vincete cosa farete? Ne avete già parlato in spogliatoio, con il mister o con la società?
«In realtà no. La società non ci ha detto nulla fino ad ora, anche perché il campionato è ancora lungo. La sensazione è che l’eventuale B si farà. Tutti gli indizi fanno pensare a questo, a partire dai due brasiliani Thiago e Murilo, che sono arrivati poco tempo fa e che ci stanno facendo fare un ulteriore salto di qualità. Forse sono acquisti anche per il futuro, si stanno gettando le basi per il campionato nazionale. Per fare la B ci vuole la gente giusta, e probabilmente argentini e brasiliani lo sono più dei trentini».
Trentini in grado di reggere quel campionato non ce ne sono secondo te?
«Mi spiego: credo ce ne siano, ma non è facile portarli qui. Quest’anno al Povoli ci siamo io, Faes e Gamberoni. So che la società in estate aveva contattato altre persone, ma non è arrivato nessuno. Paradossalmente è più facile portare degli stranieri che non abbattere campanili e rivalità e far trasferire nella Busa giocatori regionali. Se guardiamo la classifica della C, Hdi a parte, non ci sono trentine nei primi posti e quei giocatori forti che ci sono spesso sono bandiere delle rispettive squadre. Quindi si potrebbe pescare solo dall’Hdi o dal Green Tower, che ha ottimi giocatori ma dubito che potrebbero arrivare così facilmente».
A proposito di Green Tower. Li hai seguiti quest’anno? Come li hai visti?
«Ho visto qualche partita e ho seguito i risultati. Tornando al discorso di prima, ovvero dell’eventuale campagna acquisti, bisogna anche considerare il morale dei giocatori di Sembenotti: dopo aver finito una stagione così difficile non so quanti giocatori avrebbero voglia di rimettersi in pista nel torneo nazionale. Quest’anno la B è stato un campionato spaccato in due: alcune squadre erano più delle A2 che delle B, mentre sotto c’era un gruppetto che se la giocava».
Il Green Tower faceva parte di questo secondo gruppetto, ma alla fine non ce l’ha fatta ed è retrocesso con largo anticipo: perché? Cosa è mancato?
«Credo avessero un bravissimo allenatore, quindi penso che siano mancati nei momenti decisivi a livello tecnico. Ci sarebbero voluti un paio di elementi di maggior esperienza che potessero trascinare la squadra nelle partite più delicate. Infortuni e fortuna hanno fatto il resto. Poi c’è il discorso mentalità: qui da noi il calcio a 5 è un hobby o poco più. Fuori non è così: ho visto alle finali di Coppa contro Venezia ed una squadra friulana un’organizzazione ed una mentalità completamente diverse dalla nostra, di un altro pianeta, gente che fa cinque o sei allenamenti alla settimana. Io, che lavoro, non potrei mai riuscirci e come me tanti altri».
Non ti formulo nemmeno la domanda, ti faccio solo un nome: Caruso.
«Devo dire che da attaccante la cosa più difficile è non incantarsi quando parte palla al piede. Starei lì a contemplarlo, si resta ipnotizzati di fronte alla sua classe. Oltre ad essere un giocatore eccezionale è anche una persona molto valida, in campo e fuori. Tira sempre il gruppo ad allenamento, ha carattere ed è una star solo nei 60’ di gioco. Naturalmente oltre ad essere bello da vedere è anche bello giocarci insieme».
Molti vi accusano di essere Caruso-dipendenti.
«E ben venga se siamo Caruso dipendenti, ci mancherebbe. Noi abbiamo la fortuna di averlo e quindi ce lo godiamo. In campo e fuori, perché c’è tanta gente che viene a vederci e se vogliamo, in regione, fare il salto di qualità questi sono segnali importanti. Chi ci accusa dimostra la piccolezza a livello di mentalità della nostra regione. Però li capisco: giocare contro a Caruso è brutto, perché la palla non la vedi mai. Anche ad allenamento io voglio sempre essere in squadra con lui. Fino ad ora ha fatto 60 gol, più i tantissimi assist: vuol dire che ogni partita partiamo dal 2/3 a zero. Insomma, per gli altri non è facile».
Adesso ti chiamano “el buitre”, l’avvoltoio, per le tue capacità sulle palle vaganti in area di rigore. Però ad 11 giocavi stopper: chi sbagliava?
«Ad 11 mi sacrificavo nel ruolo di rude difensore. Intendiamoci, non mi dispiaceva giocare in quel ruolo, anche perché ero abbastanza veloce e bravo di testa. Però fino agli allievi facevo l’ala e spesso a fine campionato l’allenatore per ricompensarmi dei sacrifici mi spostava più avanti. Quindi un po’ attaccante, in fondo, lo sono sempre stato».
Ovviamente con te pivot titolare, chi porteresti in B al tuo fianco?
«Con me titolare l’unico modo per combinare qualcosa sarebbe avere a fianco tutto l’Arzignano di A1. Ecco: Feller, Marcio, Pinilla, Foglia e Andreazza, un quintetto ideale. A parte gli scherzi scelgo un po’ di amici: Demattè tra i pali, Giovanelli centrale, Caruso e Gamberoni laterali e io davanti. Di sicuro mi divertirei un sacco così».
In conclusione ti lascio il classico spazio per saluti, aneddoti o ringraziamenti. Vai, a te la tastiera.
«Ti nomino tre persone decisive nella mia carriera nel futsal che mi sento di ringraziare: Perini, che mi ha avvicinato al calcio a 5, Giovanelli che mi ci ha fatto appassionare e Torboli che me lo ha spiegato ed insegnato».

Autore
Matteo Lunelli
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